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martedì, 26 agosto 2008

Quando il vento si chiama Peter...

“Vedi, Wendy, quando il primo bambino sorrise per la prima volta, il suo sorriso si ruppe in mille piccoli pezzi che si sparsero tutt’intorno saltellando e così nacquero le fate” disse Peter Pan.
("Peter Pan & Wendy" James M. Barrie - Mursia)

 

Londra 1906, il genio di James M. Barrie creava “Peter Pan and Wendy”.

Vi avverto questa è solo una favola… solo una favola.

Ma quanto togli alla tua vita se guardi con gli occhi del “solo”? (questa è la pertinente domanda che Mr. Barrie pone al piccolo e finto-cinico Peter nel film “Finding Neverland” - che altro non è se non la storia romanzata del “papà” di Peter Pan).

 

Allora vediamo di fare le domande giuste, una volta ogni tanto... per esempio:

Quanto è difficile volare?

Quanto è difficile credere?

Quanto è possibile riprenderci quel bambino perduto che abbiamo lasciato nell’Isola che non c’è, almeno mezzo secolo fa? (ognuno faccia i conti con la sua attuale età, ovviamente)

 

“E così –egli riprese- ci dovrebbe essere una fata per ogni bambino e bambina”

“Dovrebbe? E non c’è forse?” (chiese Wendy)

“No. Sai, i bambini sanno tante cose al giorno d’oggi e ben presto non credono più alle fate e tutte le volte che un bambino dice ‘non credo nelle fate’ c’è in qualche posto una fata che cade a terra morta”

 

Wow. Mr. Barrie ci andava pesante, non trovate?

Un tripudio di sensi di colpa.

Non c’è sta stupirsi più di tanto, secondo Barrie (con queste parole termina il suo romanzo) i bambini sono

 

Spensierati, innocenti e senza cuore

 

E non c’è molta tenerezza in questo, non vi pare?

Allora per un attimo abbandoniamo la tenerezza, parliamo con finto-cinismo di quel “essere bambini” che tanto combattiamo…

Cos’è che ci dà fastidio?

La spensieratezza?

L’innocenza?

O l’essere senza cuore?

 

Perché se ci pensiamo su un poco, da adulti, spesso, il cuore lo buttiamo volentieri e senza troppi rimorsi.

Allora deve essere la spensieratezza, sì, abbiamo finito col toglierci il piacere dell’uso accurato del linguaggio, nelle nostre espressioni quotidiane, e forse stiamo facendo un po’ di confusione.

Spensieratezza, recita il dizionario della lingua italiana, non è altro che libero e fiducioso abbandono al ritmo vario d’impulsi e sensazioni che offre la vita.

E non è sinonimo di superficialità, né di mancanza di responsabilità, né faciloneria…

Senza pensieri pesanti, abbandonarsi al ritmo della vita.

Suona pericoloso…

 

 

Succede quando alzi il viso al tiepido venticello che ti solletica il collo e piano piano senti che i pensieri si sollevano… ecco… i pensieri vanno, se ne vanno un po’ lontani da te...

(non temere non li perderai, ritornano sempre quelli, ritrovano sempre la strada per tornare a casa proprio come i bambini perduti di Peter Pan)

Vedi… i pensieri sono laggiù, il cielo è spazzato dalla brezza e respiri un po’ meglio… guarda… quasi quasi apriresti le braccia e lasceresti che il vento ti attraversasse e ti faresti vela…

Senza pensieri…

Sguardo limpido…

Ogni cosa la vedi meglio, diversa…

Il velo opaco si è sollevato…

Guarda che colori…

Che spettacolo…

…………………………… guarda Peter………. Volo!!!!!!!!

 

Ecco cos’era che ci faceva davvero paura… quel fastidioso non pensare… l’innocenza!

 

Che i bambini ce l'hanno come optional di serie e che poi a forza di usarla e metterla in lavatrice (mamme e papà quanti danni riuscite a fare con ‘sta mania delle pulizie!) perde elasticità, perde tenuta, perde colore… si trova persa… sperduta in migliaia di migliaia di giri di lavaggio.

 

E poi una volta cresciuti, questi bambini che non sempre vogliono crescere, ma che non hanno scelta, vogliono fare senza cuore. Tanto che importa se già un optional di serie ce lo siamo giocati, che differenza può fare perderne due? Si sopravvive lo stesso.

Via anche il cuore. Seppellito sotto quintali e quintali di terra. Così il vento non lo porta via, è lì sotto, all’occorrenza si tirerà fuori, lascio la pala appoggiata all’albero. Non si sa mai.

 

E ora la domanda è d’obbligo…

Come pensate di utilizzare la spensieratezza ancora in vostro possesso (ricordate? Optional numero tre, o numero uno a seconda di come si legge la lista di Mr. Barrie), come ci riuscirete con un cuore seppellito e l’innocenza ridotta ad uno straccio???

 

Ve lo dico io, se ancora non ve ne siete accorti: non si può.

 

Non vi intestardite, non servono aiutini “extra” per quanto chimici e fantasiosi possano essere.

Quella, la spensieratezza, è un osso duro.

Non torna, non da sola almeno.

È un arduo lavoro riappropriarsene, c’è da rimettere a nuovo l’innocenza e disseppellire il cuore…

Non torneranno come nuovi, questo no.

Però si può fare.

 

Peter Pan, quello di Mr. James M. Barrie (non quello stravolto di Walt Disney), alla fine sarebbe da sculacciare… è senza cuore… senza cuore…

Eppure…

Il cuore bambino deve imparare…

Non serve distruggere, serve costruire... e non si sta parlando di muri dietro i quali nascondersi, né di veli obnubilanti…

Si sta parlando di immaginazione.

 

“Molte cose bisogna immaginarsele, proprio come deve essere…“ ("Finding Neverland")

 

… Mr. Barrie aveva ragione, i bambini lo sanno bene, ciò che non vedi con gli occhi lo guardi con l’immaginazione e quando vuoi puoi andare nell’Isola che non c’è.

 

E come si fa a tenere stretta la tua Isola che non c’è, a fare in modo che nessuno la possa rubare, depredare, devastare?

 

“Credendoci Peter, solo credendoci”

(dice Mr. Barrie a Peter in “Finding Neverland”)

 

E’ un buon vento questo, e il nome Peter non è male.

Possiamo essere un po’ Peter ogni giorno, in un gesto, in un pensiero, in un infinitesimale istante di immaginazione.

Basta sorridere alle fate e crederci.

Basta crederci.

 

Io ci credo e voi?

 

 

 

 

 

 


.ola che non c'uoi andare nell? andare nell? bene, ciò che non vedi con gli occhi lo guardi con l' papà quanti danni riuscite a

postato da: PuZZlingTour alle ore 13:15 | link | commenti (2)
categorie: movies, books, vento
lunedì, 21 luglio 2008

Venti Gemelli

“Mai ci ha sfiorato il sospetto che le nostre passioni non abbiano tanto un bisogno da soddisfare quanto un senso da dischiudere. Non abbiamo mai riconosciuto loro dell’intelligenza. Rinchiuse nel fondo opaco e buio dell’animalità, le abbiamo considerate sempre come qualcosa da contenere.”

(“L’ospite Inquietante” Umberto Galimberti – Giangiacomo Feltrinelli Editore)


C’è stato un tempo in cui, sedicenne entusiasta della vita, urlavo ai quattro venti le mie passioni. Avrei voluto condividere con tutti i miei amici ogni canzone, ogni film, ogni libro che mi aveva rapito e commosso. Mi mettevo ingenuamente a disposizione per qualsiasi confronto, scatenando la mia capacità di persuasione che non sempre faceva centro.

Ogni critica distruttiva rivolta a “quel capolavoro” che andavo pubblicizzando mi mortificava e pensavo “Ma come possono non capire cosa c’è qui dentro????”.

Imparai, per non “rodermi” troppo, a coltivare e proteggere quei miei piccoli innamoramenti.

Crescendo ho cercato di espandere il mio sguardo (i miei sensi) e anziché pormi in posizioni di critica nei confronti dei pezzi di mondo che non conoscevo, ho provato a mettermi in ascolto. Piano piano ho imparato a valutare, di volta in volta, cosa faceva per me e cosa no. Acquistando sempre più serenità durante il cammino, abbandonando con fatica l’enorme senso di inferiorità che la mia condizione di “fai da te” della cultura in un certo senso mi imponeva.

Ammetto che spesso ci ricasco.

Quando non capisco un’opera d’arte contemporanea, o un pezzo di free-jazz, o un saggio filosofico… ecco, lì mi dico “Bell’ignorante che sei!”, e un po’ mi deprimo e mi sento mortificata. Poi passa.

Prendo in mano qualcosa che “fa per me”, qualcosa in cui mi sento a mio agio, qualcosa che riconosco, qualcosa che mi smuove dentro almeno un grammo di commozione e mi risistemo con me stessa.

Si riparte.

Questa lunga premessa rischia di essere letta come una sorta di giustificazione, qualcosa come “vi propongo questa cosa qui, ma non vi aspettate nulla di sofisticato, qui si parla solo di cose semplici, senza troppe pretese”.

Ok. Iniziamo proprio da qui.

I buoni sentimenti sono inevitabilmente banali. Sono alla portata di tutti. Sono immediati. Potrebbero pure essere ovvi e scontati se ognuno di noi fosse in grado di ascoltarli e di farli propri aggiungendoci qualche grammo d’anima per renderli meno “volatili”, per renderli materia tangibile.

Spesso ciò che si rifà a questo modo diretto e semplice di scoprire i buoni sentimenti viene tacciato a torto di essere commerciale. Quindi alla portata di tutti. Quindi inflazionato. Banale, stucchevole, inutile. Permettetemi di aggiungere che non tutto ciò che è semplice, diretto, e alla portata di tutti è stato pensato, costruito, realizzato in modo superficiale e ruffiano.

Avrei una lista lunghissima da proporvi che sicuramente accenderebbe una serie pressoché interminabile di polemiche e discussioni, quindi lo evito.

Ancora penso sia buona cosa per me proteggere un po’ questi miei piccoli innamoramenti.

Però stiamo parlando di vento e il vento ognuno lo sente a modo proprio.


 

La storia che qui vi propongo contiene venti diversi, per colore di pelle e sapori di terre più o meno lontane, costrette a dividersi malamente la nazione che li ospita.  Questa storia parla di un'insegnante americana  artefice di una piccola grande rivoluzione, iniziata  nella sua classe di studenti  adolescenti e  cresciuta tanto da realizzarne  un libro, quindi un film e un'associazione no-profit.

“Se si dà apprendimento senza gratificazione emotiva, l’incuria dell’emotività, o la sua cura a livelli così sbrigativi da essere controproducenti, è il massimo rischio che oggi uno studente, andando a scuola, corre. E non è un rischio da poco perché, se è vero che la scuola è l’esperienza più alta in cui si offrono i modelli di secoli di cultura, se questi modelli restano contenuti della mente senza diventare spunti formativi del cuore, il cuore comincerà a vagare senza orizzonte in quel nulla inquieto e depresso che neppure il baccano della musica giovanile riesce a mascherare. Quando parlo di cuore, parlo di ciò che nell’età evolutiva dischiude alla vita, con quella forza disordinata e propulsiva senza la quale difficilmente gli adolescenti troverebbero il coraggio di proseguire l’impresa. Il sapere trasmesso a scuola non deve comprimere questa forza, ma porsi al suo servizio per consentirle un’espressione più articolata in termine di scenari, progetti, investimenti, interessi. Infine resta la vita, e il sapere lo strumento per meglio esprimerla.”

(“L’ospite Inquietante” Umberto Galimberti – Giangiacomo Feltrinelli Editore)


Si parla di adolescenti in guerra. Guerra di gangs. Morti ammazzati (spesso accidentalmente) in strada, con pallottole sparate per rabbia, per vendetta, per noia, per paura, per difesa, per sopravvivenza.
Si parla di un modo per spezzare l’odio e farne uscire il dolore che è all’origine.
Si parla di donare al futuro del mondo, racchiuso nell’anima giovane e forte e coraggiosa e disperata dei ragazzi, una possibilità di cambiamento.
Si parla di una donna che non si è fermata perché qualcuno le ha detto che non poteva fare di più, credendo fortemente nella forza di un progetto comune, nella forza di una famiglia vera.

“L’unico fattore trascurato è il frequente disinteresse emotivo e intellettuale dell’insegnante, con trasmissione diretta allo studente, che tra i banchi di scuola finisce per trovare solo quanto di più lontano e astratto c’è in ordine nella sua vita, in quella calda stagione dove il sapere non riesce, per difetto di trasmissione, a divenire nutrimento della passione e suo percorso futuro”.

(“L’ospite Inquietante” Umberto Galimberti – Giangiacomo Feltrinelli Editore)


Questo Film, “The Freedom Writers”, mi ha commossa. Mi ci sono innamorata. E, facendo uno strappo alla regola, ho deciso di condividerla con chiunque sia disposto ad aprirsi un po’ e accogliere una cosa “semplice” e senza troppe pretese come il parlare di “buoni sentimenti” e di “speranza” e di “pace”.

E se questo non vi commuove almeno un poco… bhé, fossi in voi ci rifletterei su per bene. Forse vi siete persi da qualche parte un pezzo della vostra anima.

 

“Si scruta dentro il cuore, perché è lì che sta crescendo l’albero sacro” Yeats

(“L’ospite inquietante” Umberto Galimberti – Giangiacomo Feltrinelli Editore)


 

 


 

 

postato da: PuZZlingTour alle ore 21:10 | link | commenti
categorie: movies, vento
sabato, 19 luglio 2008

Vento che sa di buono (quarta parte)

 

È il vento che mi ha sollevato, leggero e suadente, le lunghe giornate d’inverno della mia infanzia.
Un bel panino con cazzuolate di nutella e un bicchiere di latte (se andava bene coca-cola) e prima fila sul divano davanti alla tele.
Heidi, Dagli Appennini alle Ande, Conan, Lupin III, Anna dai capelli rossi… devo continuare?
In una parola sola: Hayao Miyazaki. Il Genio.

Soltanto negli ultimi anni, però, ho potuto apprezzare i suoi lungometraggi, ormai celebri ovunque. Ora che posso scrivere di lui e del suo mondo spero di riuscire a trovare le giuste parole.

“Nausicaa della Valle del Vento” (1984)
“Laputa: il castello nel cielo” (1986)
“Il mio vicino Totoro” (1988)
“Kiki consegne a domicilio” (1989)
“Porco Rosso” (1992)
“Principessa Mononoke"(1997)
"La città Incantata” (2001)
“Il castello errante di Howl” (2004)
“Ponyo On a Cliff” (2008)

… no, non vi racconterò trama e colpi di scena di ogni storia. Proverò soltanto a convincere chi di voi non li ha mai visti, perché non ama l’Animazione o lo pensa “affare da bambini”, ad inoltrarsi in uno di questi viaggi incantati per poter provare l’incanto.
Il segreto di Miyazaki è nel suo sguardo e nella capacità di catturare l’anima del mondo. Lui non parla ai bambini, ma si fa bambino per far parlare, far muovere, far vivere (di nuovo) il bambino che siamo stati, e aiutarlo a risalire in superficie.
Sto rivedendo le immagini deliziose della piccola Mei (ne “Il mio vicino Totoro”) o di Malcol (ne “Il castello errante di Howl”) oppure di Chihiro (ne “La città incantata”) e riscopro la mia allegria di bambina, il mio senso di responsabilità di bambina, le mie insicurezze e la mia forza di bambina. Hayao Miyazaki sa esattamente di cosa sta parlando, non solo perché anche lui è stato bambino, ma perché quel bambino che è stato è il bambino che ancora vive in lui, e attraverso il suo essere adulto questo bambino si fa disegnare, si fa animare.

“Non voglio rimanere sola” supplica Chihiro mentre i genitori non ascoltano i suoi capricci (che magari ogni tanto sono solo sagge intuizioni di cui non si riesce a dare spiegazioni)…

“Lui mi ha sempre aiutata, ora tocca a me” afferma Chihiro prima di attraversare l’oceano con il treno (sì, proprio così, avete letto bene) e bussare alla porta della maga Zeniba per ridargli l’amuleto magico rubatole dal Maestro Aku (lo spirito del fiume Ko Aku, che deve ritrovare il suo nome per poter rompere l’incantesimo della maga Jubaba, sorella gemella di Zeniba - che si scopre essere la maga buona… ok ok, avevo promesso che non vi davo dettagli delle storie, scusatemi mi sono fatta prendere la mano…).

Miyazaki parla anche di dolore, perdita, abbandono, solitudine, incomprensione come ne potrebbe parlare un bambino (se solo disponesse delle  parole giuste) senza violenza, con disincanto, ma senza acrimonia o cinismo.
Con stupore, certo,  e la domanda "Cosa posso fare per aggiustare le cose?"

L’accettazione di ogni sfumatura dell’esistenza, non con rassegnazione, ma con la forza della fede.
Riuscirò a compiere il mio destino e rimetterò tutto a posto.
Con coraggio, perseveranza, rispetto, sacrificio, lavoro, e con il cuore pulito di chi ti può guardare negli occhi e dirti schiettamente quello che prova.
Come solo un bambino sa e può fare.
E quel bambino attraversando pericoli e superando ostacoli, con gli alleati che il destino gli affianca benevolo e complice, ritorna a casa.

La grande forza di Miyazaki è il profondo rispetto che nutre (vivo e vibrante) per l’anima affamata di storie del bambino in ascolto. Il Mago Miyazaki ti fa entrare morbidamente nel suo Regno Incantato. Ci puoi trovare piccoli spiriti che vivono negli altari nascosti tra i cespugli di un bosco, e Ombre resuscitate dagli incubi più terribili, e uomini di gomma che non muoiono mai e si ricompongono all’infinito, e maghe che ti rubano il nome e ti tengono prigioniero. Migliaia di mostri che nascono dallo studio attento della natura (fauna e flora del pianeta Terra) e dalla profonda conoscenza delle paure ataviche dell’umanità.

Miyazaki parla anche di guerra, parla di morte, parla di distruzione. Senza imbellettare la realtà, senza sconti. Miyazaki disegna (in un quadro più che perfetto) la bellezza che trovi nell’acqua, nell’aria, nel fuoco, nella terra e ripete all’infinito, in una cantilena rassicurante e amorevole che noi siamo fatti di questo. Siamo la terra che ci ospita, siamo il vento che ci attraversa, siamo l’acqua che ci scorre nel corpo, siamo il fuoco che alimenta la nostra vita.

Viviamo in un mondo contraddittorio, che ci confonde e spesso ci paralizza. Possiamo guardare incantati un lago azzurro che riflette le nuvole candide del cielo accarezzato dal vento, immergendoci nei colori di fiori meravigliosi e impalpabili farfalle… e trovarci davanti, all’improvviso, il fuoco dei bombardamenti e il fumo nero di una città devastata.

“Questa è la vita, bambini miei” sembra dirci Miyazaki “lo so che fa paura e che vorreste chiudere gli occhi e far finta che sia solo un brutto sogno… ma se invece li tenete aperti e affrontate le cose brutte, e se con coraggio seguite il vostro buon cuore… allora il mondo può ancora essere salvato. Il mondo ha bisogno di noi!!!”

E sentire questo, che tu abbia cinque anni o cinquanta, fa bene.
Tutti sperano che, prima o poi, questo brutto sogno finisca, che ogni pezzo malato di questo mondo possa sparire nel nulla e che la pulizia abbia la meglio.
Ma non è chiudendo gli occhi che questo desiderio si realizzerà.
Non è facendo finta di nulla.

E se i piccoli eroi di Miyazaki possono insegnarci qualcosa, è proprio questo: apri gli occhi e affronta il mondo, dietro l’orrore si nasconde sempre una meraviglia, perché la vita è più forte di tutto.
La vita vince sempre, anche quando ci viene chiesto di passare attraverso la morte.

E se Howl piange e si dispera perché ha perso la sua bellezza, sbottando “Senza avere la bellezza non c’è alcuna ragione per vivere!”, allora Sophie (trasformata da un perfido incantesimo in una vecchietta piena di acciacchi) gli risponde “E cosa dovrei dire io che bella non lo sono stata mai!”…
Eppure Howl vede in lei bellezza e lei ancora non lo sa.
L’amore, solo l’amore, può rompere gli incantesimi più potenti.
E quando Howl si riappropria del proprio cuore non può non notare che si sente il corpo pesante, e se ne lamenta un po’.
“Che ci vuoi fare, Howl, l’anima ha un peso!” gli risponde Sophie di nuovo giovane, innamorata e vittoriosa.

Ora, so bene che qui stiamo parlando di “buoni sentimenti” e che si rischia il linciaggio al giorno d’oggi se ti addentri in discorsi dal vago sentore “new age”, (nel 90% dei casi a buona ragione aggiungerei), ma gente… qui si tratta del Maestro Miyazaki e non temo ritorsioni di sorta neppure dai più cinici di voi  

Prima però di replicare, immergetevi un po’ nel suo Regno… il viaggio vale la candela. 

Sempre!

postato da: PuZZlingTour alle ore 13:09 | link | commenti
categorie: movies, vento
mercoledì, 26 dicembre 2007

Vento d'Oriente (terza parte)

Il Giappone è un'isola. Le isole sono battute da un numero consistente di venti, ma il Giappone sembra non scomporsi più di tanto. Solitamente loro prendono i venti, li smontano, ne scoprono il funzionamento,  e lo rimontano meglio. Ad ognuno il suo talento, viene da dire.  E fin qui nulla di nuovo.
Poi succede che se approcci il loro vento ne vieni dapprima schiaffeggiato malamente, e dopo, malconcio e intontito, ne comprendi la profondità. Stordito guardi e ti chiedi "Ma è questa la fine che fanno gli uomini quando vengono tirati all'inverosimile come degli elastici?", temo la risposta sia sì. Shciopàno, come si dice in dialetto veneto. Ebbé, come dargli torto?
Sono intrigata dal vento giapponese, ho intenzione prima o poi di mettermici d'impegno e magari farci una capatina, non senza aver affrontato prima un corso di giapponese... così tanto per vedere se poi ne vengo a capo di 'sto rebus nipponico. Perché quando ti avvicini ad un artista giapponese (che si tratti di cinema, teatro, letteratura, pittura e via di 'sto passo) ti viene da chiederti "Ok, questo è quello che vedo io, ma cosa ci vedrà lui? (lui=giapponese)". Almeno, io me lo chiedo. E quando ho visto per la prima volta "Dolls" di Takeshi Kitano (http://it.wikipedia.org/wiki/Takeshi_Kitano) me lo sono chiesta un bel po'.
Io ci avevo visto i colori, ma è impossibile non vederli, lui te li fa esplodere negli occhi e ne rimani accecata.
Avevo visto lo struggimento e la tristezza, e anche qui non ci vuole un genio per arrivarci .
Il resto lo avevo sentito. Quel dannato vento mi stava schiaffeggiando e io non riuscivo a parare i colpi. Uno dopo l'altro stavo lì inebetita e me li prendevo tutti. Senza fare una piega (in questo mi ritrovo molto giapponese, lo ammetto  ).

http://www.youtube.com/watch?v=L55NuLY4YgQ

“Chi ti ha messo in questo stato? Io… sono la causa di tutto… dovrei esserne contento o rammaricarmene?”


I "vagabondi incatenati", li chiamano così per prenderli in giro, Matsumoto e Sawako, un tempo coppia felice e innamorata e ora trasformati nelle bambole del teatro classico giapponese, camminano attraverso tutta la storia, legando le scene come anelli alla stessa catena. Angeli caduti che barcollano tra i ciliegi in fiore. Il senso di colpa che congela. Il rancore passivo che ti spinge ad andare via, ma che non ti fa mai fare il gesto decisivo. Giaci malgrado te stesso da cui non riesci a fuggire.

"Ora mi prendo io cura di te" e la lega a sé con una fune rossa che lei non scioglie e non osa neppure toccare. Fugge dentro a se stessa tenendolo incatenato al dolore provocato dal suo tradimento. Due mondi che si allontanano legati ad ogni passo.

Un anello dopo l'altro gli amanti incatenati toccano altre due storie, donne in attesa, l'attesa di un uomo che non può tornare.

"Ti aspetterò qui ogni sabato con il pranzo!" urla Hiro all'uomo che si allontana per scegliere una vita nella Yakuza (dove donna=intralcio). E così fa. Lo aspetta da trent'anni sulla stessa panchina del parco con il pranzo. Ormai non sa più se aspetta quell'uomo o un altro. Lei sta lì. Fiduciosa che prima o poi qualcuno arriverà, per lei. E quando arriva è solo per un addio, ma non per questo lei verrà meno alla sua promessa.

E gli amanti incatenati arrivano sulla spiaggia e sfiorano Haruna Yamaghuci, la giovane pop-star sfigurata da un incidente stradale. Sospesa nello sguardo che spinge all'orizzonte. Gli amanti segnano il passo proprio quando il giovane fan, che per raggiungerla si è automutilato togliendosi la vista, si presenta a lei (non più irraggiungibile e non più intatta), per poter starle accanto in una passeggiata tra le rose.

Il cammino è lungo per chi non ha nulla a cui arrivare. Quando si è perso il senso del proprio andare, quando si è rinunciato ai riferimenti, ai desideri. E gli amanti incatenati attraversano le stagioni assorbendone i colori, tra un tramonto infuocato e una parete di girandole che vorticano silenziose. Ad ogni passo affondano dentro loro stessi, solo la fune ormai li sorregge. E quella promessa che sembra aver perso il tempo, ma che esiste e resiste "Ora mi prendo cura io di te".
Poi la neve. Poi dei ricordi di felicità e di progetti insieme e di quella vita che sembra così lontana. Quella neve attorno a loro, tutto quel ghiaccio, scioglie i ricordi. Finalmente si guardano, si riconoscono, si toccano ancora, si perdonano. Sono pronti per la fine.
Come bambole appese, dopo che lo spettacolo è terminato.

Kitano ha usato i suoi attori come burattini, facendoli muovere dando loro degli ordini precisi (vai avanti, fermati, voltati), tirando i fili senza altre spiegazioni. Gli attori-bambole in una rappresentazione che non cela (si vedono i fili, si vede la messinscena), un lavorare per sottrazione fino ad arrivare all'essenziale (la stessa protagonista lo dice in un'intervista che compare sul dvd).
La loro fine ti riporta alle Dolls che prima, prima di conscere la storia, non riuscivi a capire. Prima vedevi con un certo fastidio la messinscena, i corpi tremanti e i volti congelati in quelle maschere. Ora riconosci il dolore dietro le maschere, e comprendi il tremore di quei corpi vuoti. E ti emozioni. Ti commuovi perché ora hai capito. Inchino al Maestro Kitano.

In un'intervista Kitano dice di pensare alla sua carriera come ad una esternazione di se stesso. Da una parte i lavori dedicati alla parte violenta di sé, l'altra a quella emozionale-emotiva. Ovviamente io preferisco quest'ultima, e credo che un altro suo film, "Zatoichi",  sia rimasto impresso in me proprio per questo suo sospingere dolce e inesorabile, fino ad arrivare al vuoto (mai davvero vuoto).
 

http://www.youtube.com/watch?v=0KhXYkJthSgh

C'è una scena che vale l'intero film e in questa mi voglio soffermare. Ci sono due sorelle che si esibiscono, una danza e l'altra suona lo shamisen. Durante questa scena si capisce che la sorella che danza è in realtà un ragazzo. Mentre lo vediamo danzare, con le movenze precise e la grazia di una vera geisha, si sovrappongono frammenti di flashback dove ripercorriamo l'infanzia del ragazzino e la scelta, conseguente ad un abuso, di diventare "ragazza-maiko (=apprendista geisha)". Mentre la sorella suona, lui/lei mette in scena la sua giovane vita, in modo struggente, ma privo di qualsiasi pena per se stesso/a. E le lacrime della sorella. che finisce con il fermare la sua mano sullo strumento, è la concretizzazione della ferita. I due giovani perpetuano la loro vendetta.

Takeshi Kitano, io non lo definirei "un romantico". Però il suo vento implacabile può tagliarti in profondità e tu ti accorgi del dolore solo quando ormai lo senti lontano. Tipo la spada di Gaemon (in Lupin III di Miyazaki), il corpo resta intatto per quei quattro secondi e poi la spada ritorna al suo posto e con quel click il corpo crolla in vari pezzi. Senza dolore, sembra. Ecco. Sembra... perché poi, quando meno te lo aspetti, il dolore arriva. E ti sommerge. Tu rimani lì inebetita, non te lo aspettavi, e non fai una piega quando ti senti crollare in pezzi.

La forza emozionale del vento di Kitano, in questi suoi due film intendo, è molto simile a quella di Hayao Miyazaki (già citato prima), ma questa è un'altra storia e cercherò di raccontarla alla prossima puntata.

See ya
postato da: PuZZlingTour alle ore 18:02 | link | commenti (1)
categorie: movies, vento
domenica, 16 dicembre 2007

Vento d'Oriente (seconda parte)

Si era detto vento cinese, quindi che vento cinese sia.

Questo vento sa parlare forte. Lo sta facendo da un po’, e lo sta facendo talmente bene che l’Occidente ormai si è arreso. Il regista Zhang Yimou, e non perché lo dico io, è un tipo che fa soffiare il vento come gli pare. Leggero, ma deciso, ha fatto dondolare quelle “Lanterne Rosse” che dentro di me non hanno ancora smesso di dondolare, ancora fanno luce e si ritraggono sul volto splendido di Gong Li, rimasto appiccicato tra lo schermo e il mio cervello. Dal suo primo film (“Sorgo Rosso” 1987) a oggi Mr. Yimou ci ha accompagnati in un percorso non troppo comodo, fin dentro ad una certa visione dell’anima, che della Cina risulta essere la sostanza.

Ho ripreso contatto con Yimou e il suo cinema (dopo "Lanterne Rosse") con quello che io ritengo essere il suo capolavoro, e che lui ha definito "un esperimento" (no-comment  ), ovvero "Hero".  Si tratta della prima parte della trilogia wuxia (cappa e spada cinese), un concentrato di maestria per quel che riguarda la regia, la sceneggiatura, la fotografia, il montaggio. Insomma un agglomerato di genio, oltre che un cast attori eccezionale (Jet Li – Tony Leung – Chiu Wai – Maggie Cheung – Man-yuk – Zhang Ziyi – Chen DaoMing – Donnie Yen). La storia riporta, con un linguaggio saturo di colori e simboli, l'Antica Cina (divisa in sette province) in una fase politica piuttosto delicata. Il potentissimo Qin, signore della provincia più forte e destinato a diventare il primo Imperatore cinese, è deciso a portare a compimento il suo piano ovvero riunire le province SOTTO UN UNICO CIELO. Entrano in gioco le tradizioni di cultura millenaria basata sull'arte della calligrafia (la parola che racchiude il sapere) e della spada (nella cui essenza dimora la verità e la semplicità). Esistono diciotto modi di scrivere "spada" ed è nel diciannovesimo che si può trovare il segreto per avvicinarsi al potente Qin e con la spada colpirlo a morte. La giusta punizione per il sangue versato in nome della conquista si concretizzerà grazie a Senza Nome e alla sua spada nel cui nome ci si affida:  "la morte a dieci passi".

Tre sono le  conquiste dell'Arte della Spada, e  sono loro l'unica via per la pace:

1° conquista: unità tra l’uomo e la spada (quando la spada è nell’uomo e l’uomo è nella spada anche un filo d’erba è affilato...)
2° conquista: assenza della spada nella sua mano, ma presente nel suo cuore (anche a mani nude l’uomo a 100 passi può abbattere il nemico)
3° conquista: (è quella finale) assenza della spada nella mano e nel cuore (la mente aperta contiene tutto, l’uomo di spada è in pace con il mondo, egli non uccide, ma porta la pace all’umanità).

E quando la morte arriva a dieci passi, la ragione viene folgorata dalla grande verità. Il guerriero comprende e china il capo, non sconfitto ma liberato dal velo che gli impediva di guardare con sguardo lucido.  Il sacrificio è l'epilogo e la liberazione.

Sotto un unico cielo la sofferenza di uno è niente al confronto del dolore di tanti.

Il disegno di Qin si compirà e la storia ne darà testimonianza e probabilmente piena assoluzione.


La seconda parte della trilogia wuxia si intitola "La foresta dei pugnali volanti". Protagonista la splendida Zhang Ziyi, che si rende sublime in un straordinario "passo dell'eco danzante" nel quale l'attrice (nessuna controfigura) fa uso magistrale del suo background di danzatrice e ginnasta. E si resta ammaliati dai combattimenti danzanti, e si resta in battito sospeso quando, nell'ultima scena, dai colori autunnali si scivola nel bianco dei fiocchi di neve che ricoprono inesorabili e silenti ogni gesto che reclama gridando la morte. E la morte quando arriva è dolce. Sofficemente accolta dal manto cangiante che è ovunque, sullo schermo e oltre.

(la terza parte della trilogia si intitola "La città proibita" è del 2006, mi manca quindi non posso pronunciarmi ancora... appena possibile non mancherò )

Però c'è dell'altro. Questo vento cinese ti scoppia tra i sensi e ti ritrovi un po' sottosopra come se ti fossi svegliato di soprassalto. Andando a ritroso nel tempo ci si rende conto che Zhang Yimou non è solo il regista dei mirabolanti effetti speciali, dei colori forti, della spada e dell’onore, ma che sa usare, con impagabile sensibilità, tinte tenui per accarezzare delicatamente le sue storie, come se il suo vento sapesse anche sussurrare. In “Non uno di meno” (presentato al Festival di Cannes nel 1999) e ne “La strada verso casa” (portato al Festival di Berlino dello stesso anno), il suo sguardo si posa con grazia fin negli angoli più spigolosi e nelle peculiarità più spiacevoli dell’essere “cinesi”, una sorta di esame di coscienza, si potrebbe definire anche così credo.

“Non uno di meno” mi ha coinvolto gradualmente, si è guadagnato ogni minuto della mia attenzione senza quasi che me ne accorgessi. E non solo perché parla di bambini, ma perché lo fa in un modo che è ben lontano dalla compassione, lontano dai cliché occidentali.
Questi bambini sono piccoli uomini autonomi. Ridono, lottano, lavorano e piangono. Piangono per solitudine e abbandono e per stanchezza, ma piangono come piccoli uomini e solo quando proprio non ce la fanno più. Allora tu guardi quei visi, cerchi di capire cosa si nasconde sotto gli occhi sottili e spesso resti sgomento davanti alla freddezza che traspare dai gesti formalmente gentili degli adulti. Una questione di forma, di coscienza collettiva, che non ha nulla a che fare con la compassione (nell’accezione del termine cristiano). E se negli adulti lo scarto può risultare sconcertante ed essere frainteso, nei bambini lo si rivaluta con pienezza, con commozione. La maestra Wei Minzhi rivuole il suo alunno Zhang Huike a scuola. Quella maestra ha tredici anni e sostituisce il maestro Gao (che si è preso un breve periodo di permesso per assistere la madre malata) per guadagnarsi i soldi da portare ai suoi familiari. Va a cercare il piccolo alunno a casa, scopre che è partito per la città, deve lavorare per far fronte ai debiti contratti per curare la malattia della madre, dopo la morte del marito. E la piccola maestra glielo dice senza mezze misure alla madre che giace a letto “Ma è ancora piccolo per lavorare” e la donna non ha obiezioni e non ha alternative. La piccola Maestra non si arrende e decide di andarlo a riprendere. Yimou la segue da vicino e per guardare meglio la città si fa piccolo, ad altezza bambino. Non spiega, non usa l'astuzia, non si fa schermo con la propria esperienza. Segue i passi di Wei Minzhi e del piccolo Zhang, rimbalzando dal marciapiede alla strada con la fame che stringe lo stomaco e soffoca la voce. E poi, come nelle migliori favole, arriva il lieto fine.  E in quel finale ci mette la speranza innocente di una giovane vita: sulla lavagna della vecchia scuola di campagna rimangono le parole scritte dai bambini con i gessi colorati…

Cielo -Felicità - Acqua - Casa - Maestra Wei … e un fiore…

quei segni, in bambinesca calligrafia cinese, mi danzano ancora davanti agli occhi.  Li sento molto,  molto vicini alla realtà, ma non tanto da sciuparne il profumo. Ed è quasi un sollievo.

"La strada verso casa" mi ha fatto compagnia in una serata che, a mia insaputa, sarebbe diventata importante nella sua drammaticità. E il tema principale di questa storia è stato (a guardarlo ora) come un presagio. In breve: un uomo ritorna nel suo villaggio natale per aiutare la vecchia madre a riportare a casa la salma del suo vecchio, morto per cause naturali durante un viaggio. Piccolo particolare: la salma deve essere trasportata a piedi affinché sia rispettato l'antico cerimoniale. Infatti al corpo del morto deve essere segnata passo passo la via verso casa, in modo che la sua anima la sappia sempre ritrovare. Il cuore della storia, però, riguarda l'incontro dei genitori dell'uomo, il loro innamoramento, e gli ostacoli superati per sposarsi e rimanere insieme tutta una vita. Questo film segna l'esordio di una giovanissima Zhang Ziyi, resa indimenticabile dalla splendida fotografia e dallo sguardo struggente di Yimou mentre la segue nei suoi appostamenti amorosi, in attesa trepidante di scorgere anche solo per un istante l'uomo che le ha rubato cuore e anima. Chi non vorrebbe essere amato così? Chi può dire di amare davvero se non ama così? Negli occhi quel sospiro e nei passi la determinazione e nel sorriso l'unico segnale di arresa. Poesia.

Questo vento che sussurra scuote dalle fondamenta, e sa percorrere, senza trovare grossi ostacoli sul suo cammino, l'intero globo terrestre.  Zhang Yimou traduce per noi, con  pennellate  d'aria,  un linguaggio  che nei segni armonici e misteriosi della sua tradizione potrebbe lasciarci boccheggianti. Ci sono differenze e ci sono vicinanze tra i venti, e per quanto so riconoscere su di me, il vento cinese di Zhang Yimou mi sa parlare di buone cose che hanno tempi diversi di arrivo, tempi diversi di partenza, ma è un percorso che riconosco e che sento amico.


Credo sia arrivato il momento di far parlare un po' il vento giapponese






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categorie: movies, vento
giovedì, 25 ottobre 2007

Vento d'Oriente (Parte Prima)

A volte me lo sono chiesta. Mi sono chiesta che cosa sia ad attrarmi così tanto del cinema orientale. La mia cultura in proposito è davvero ridicola, raffazzonata alla meno peggio, più che altro una serie di incontri casuali piuttosto che una ricerca metodica e approfondita. In tutto questo gioca il caso con i suoi piani. Ormai è un dato di fatto che io e quel modo di narrare abbiamo qualcosa da dirci. Più che altro lui da dirmi e io da ascoltare. E ascolto ogni volta senza perdere la concentrazione. Direi che la cosa ha del miracoloso perché io sono solita viaggiare con la testa se la storia non mi prende con l’artiglio e non mi porta dentro. E ci sono delle cose altamente respingenti, che mi fanno restare fuori, mi fermo, scuoto la testa, mi volto e vado. Non ho tempo da perdere. Personaggi di carta velina, storia insultata dallo scarso coraggio dell’autore nel sondare necessarie profondità, povertà di colori e immagini. Questo lo trovi ovunque, dal cinema americano a quello nostrano passando per ogni nazione e ogni continente, ma con il cinema orientale le cose si complicano. Entra in gioco una questione semplice: la logica.

Io non solo ragiono da occidentale, essendolo, ma ragiono da italiana, essendolo. Il che può essere un vantaggio per certi versi e uno svantaggio per altri, come per ogni cosa e ogni situazione, ovvio. Quindi da “perfetta me”, appassionata ma non esperta di cinema e di certo lontana dai parametri della critica di settore, mi sono avvicinata ad altre logiche e ad altri criteri di valutazione più per istinto e devozione che altro. Questo mi dà leggerezza e agilità. Mi sento a mio agio quando guardo con i miei occhi e sento fidandomi dei miei sensi, che possono pure non essere oggettivamente adeguati, ma per quanto riguarda me vanno benissimo. Mi guidano sempre al posto giusto nel momento giusto. Hanno buona mira e ottima pazienza per farmici arrivare.

Senza fretta. Non si discute.

Eccomi qui allora a parlare di cinema orientale… e ci sono dei maestri della narrazione per immagini che, al momento, mi hanno decisamente rapita. A dirla tutta mi stanno tenendo in ostaggio, nessun riscatto, ho l’impressione che ormai io stia passando alla condizione di prigioniera consenziente. Il che fa ridere, e quindi ci rido sopra. Sto parlando di Kim Ki-Duk (coreano), Takeshi Kitano e Hayao Miyazaki (giapponesi),  Zhang Yimou (cinese), Tim Burton (americano).  Allacciate le cinture di sicurezza, Signore e Signori, si decolla.

 

Non so di preciso cosa i miei sensi abbiano in comune con la logica e la visione coreana dell’esistenza, so solo che insieme si trovano bene. Pensavo fosse una questione di un film e basta, ma poi ne ho visto un altro e un altro e un altro ancora e ormai Kim (Ki-Duk) è entrato a far parte della mia famiglia animica (= ne fanno parte quelle persone che con la propria arte ti regalano la loro speciale visione, di cui non riesci più a fare a meno, e ad un certo punto ti rendi conto che è anche grazie a loro che il tuo mondo sta diventando così maledettamente colorato e bello. Maledettamente bello. Capisci che devi qualcosa a queste persone, e le consideri parte della tua famiglia. Magari non hai idea di cosa mangiano e di come vivono, ma con la loro arte davanti ai tuoi sensi sei quasi sicura di sapere almeno un po’ quello che sentono. Te lo fanno passare in modo talmente pulito, talmente vibrante che non hai scampo). Bene. Se il nome di per sé vi dice poco, perché magari come me “vigliacca la volta che mi ricordo un nome quando serve”, vi citerò alcuni dei suoi film. Anzi, vi traccerò brevemente il percorso che mi ha segnata, le storie di Kim così come sono arrivate a me.

“Ferro 3-la casa vuota” (“ Bin-jip” 2004)
“Il soffio” (2007)
“Primavera Estate Autunno Inverno… e ancora Primavera" (“Bom yeoreum gaeul gyeoul geurigo bom” 2003)
“Time” (2006)
“La Samaritana” (“Samaria” 2004)
“L’Arco” (“Hwal” 2005)

Ogni volta io lì davanti allo schermo… e non mollo fino alla fine. Affascinata dal silenzio coreano, ammaliata dalla natura e dalle stagioni coreane, incantata dai personaggi e dalle sfumature che la mia mente occidentale-italiana non riuscirà mai a cogliere tutte, mai tutte insieme, mai con la profondità dovuta, ma… ma per assurdo, assicuro con l’onestà di cui sono capace che non è affatto indispensabile. Kim sa come raccontare le storie, perché le conosce talmente bene da essersele scavate nelle viscere con cura e senza timori, le ama talmente tanto da rendertele limpide e leggere anche quando ti fa guardare la morte che inonda gli occhi di un personaggio o ti mette in scena devastanti abbandoni, laceranti solitudini, diaboliche perversioni con un sorriso, con uno sguardo, con un gioco, con l’innocenza che è sempre crudele. Sempre crudele. Credo che questo, i coreani, a differenza nostra, lo sappiano. Sono arrivata alla conclusione che i coreani lo sanno. O comunque lo sa Kim, e lui è coreano e neppure uno di quelli con trascorsi accademici e grandi progenitori artisti o geni, tutt’altro (date pure un’occhiata alla sua biografia e ve ne accorgerete). Lui è un orientale, un coreano che pensa da coreano, vive da coreano, guarda da coreano e ti racconta di questo. Con onestà. Ora, è chiaro che quest’uomo non vive in una gabbia quindi il mondo lo ha girato (non che io sappia i fatti suoi, ma ha vissuto a Parigi per qualche tempo, così dice la sua biografia), ma non si spaccia per quello che non è. Ci tiene ad essere pienamente solo quello che è. Coreano, meravigliosamente coreano direi. Non lo dico perché io aneli alla cittadinanza coreana, lo dico come un’italiana che, conoscendo praticamente nulla di quella cultura e delle usanze di quel paese, si trova davanti alla storia di un certo Kim Ki-Duk che la fa entrare dalla testa ai piedi in un’altra realtà, un altro pianeta emotivo. E, alla fine, sì, io alla fine un po’ ho sentito con quei sensi lì, quelli che non sapevo di poter adottare, quelli di una coreana. Meraviglia delle meraviglie. Non ho capito tutto, poco ma sicuro, però qualcosa mi è arrivato. Quel qualcosa che mi fa venire voglia di saperne di più. E quindi via, alla ricerca di nuovi lavori di questo Kim, che ormai fa parte, a pieno titolo, della famiglia.  Questo fa un grande narratore, questo può fare un grande regista che racconta esattamente quello di cui sa, e ne conosce nei dettagli la fibra (la resistenza, la consistenza, l’essenza). Onestamente.

“Piacere, sono Kim Ki-Duk, sono coreano, racconto storie, queste storie”. Punto. Meraviglia.

Ora ci sono delle immagini, diverse immagini per ogni suo film, che sono entrate nei miei occhi… e non se ne andranno più via. Se li chiudo le posso vedere scorrere davanti a me, con quei suoni e quelle risonanze…

La domanda terrorizzata (“Chi sei tu?”) nello sguardo smarrito degli amanti di “Time”, quando cambiano le linee del viso e ti illudi di poter rimanere lo stesso, ma poi scopri che ti sei perso, in una solitudine in cui cielo e mare si confondono e tu non puoi contenere.

I confini che il pudore non ti permette di superare, neppure quando chiedere “Perché?” o quando pregare “Fermati!” potrebbe salvarti dal gesto estremo, un salto dal secondo piano o un omicidio per una figlia abusata (“La Samaritana”).

L’innocenza che impara il peso della propria crudeltà, e ad ogni lezione si rinnova il doloroso peso delle conseguenze, quando tutto ciò che rende l’anima serena può stare in una casa, in un lago, in una stagione, in un cielo, in una scelta di pace. (“Primavera Estate Autunno Inverno… e ancora Primavera”).

Un contatto che ti spinge oltre i sensi, ti fa vedere dove l’occhio non riesce a guardare, in una vita-patchwork che cuce insieme pezzi di altre esistenze apparentemente perfette. (“Ferro3-la casa vuota”).

Il grido della morte che ti cresce dentro o quella che ti viene imposta, l’incontro di due morti differenti che cercano il confronto in quel soffio che l’unione d’amore può creare, fino a spingersi oltre la soglia e poi miracolosamente tornare quasi intatto. E ti chiedi “Com’è possibile?” (“Il Soffio”).

E poi l’incanto, l’incanto di un’altalena su cui un giovane corpo dallo splendido volto di bambina-amante si dondola, per leggere il futuro segnato dalle frecce, conficcate nell’immagine divina, scagliate dal vecchio marinaio devoto e innamorato e musico e mago e uomo e ancora innamorato. Un matrimonio in costume, testimoni il mare ed un giovane che è il futuro. (“L’Arco”)

Questi frammenti sono arrivati a me e con me sono rimasti. Vi esorto a cercare quelli che riconoscerete come vostri, tra una pellicola e l’altra di questo narratore che arriva decisamente da un altro mondo se non quasi da un altro pianeta.

Considerando che il Signor Kim Ki-Duk (un po’ di rispetto diamine! Sì, sono d’accordo, mi scusi Signor Ki-Duk) non è un americano dotato di budgets astronomici, considerato che “ha raramente superato il mese di riprese per la realizzazione dei suoi lavori” (citando Wikipedia) e che è un ex-militare coreano, inutile forse sottolineare quanto il suo metodo di ripresa sia duro. Duro proprio nel senso di “dannatamente faticoso”. Non ci sono controfigure per gli attori, e quest’ultimi non sono mai grandi stelle del jet-set, tutt’altro. Quando si vede il ghiaccio e il freddo quello c’è davvero (tanto per fare un esempio), e la realtà non è abbellita da scenografie spettacolari (a meno che non sia la natura stessa a fornirle di sua spontanea volontà e a sua discrezione), ma viene addolcita con densità di fotografia e montaggio. Densità di sguardo. Ti viene quasi l’idea che quella morte, quella solitudine, quel dolore, quello smarrimento, insomma che tutto quello sia bello, ma bello da doverlo vivere, almeno quanto quella felicità, quel senso di libertà, quel vento. Esatto, rieccoci al punto di partenza. Quel VENTO. Vento coreano, signori. E scusate se è poco.

Grazie Kim :)

 

“I film non possono cambiare la realtà, ma semmai lo stato di coscienza di un individuo”

Kim Ki-Duk

 

 

PS: prossimamente su questi schermi il vento cinese :)

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categorie: movies, vento
sabato, 20 ottobre 2007

Annusa il vento...

A volte la strada ti compare sotto i piedi e tu non devi fare altro che seguirla. Raccogli le briciole di pane, tu novello Pollicino, e con curiosità spingi il tuo sguardo fin dove riesci a guardare. Camminando raccogli le briciole e ogni tanto alzi il viso e guardi e annusi il vento.
Annusando il vento ho scoperto Michael Flately.
“Ma come? Conosci il ‘battering dance’  e non conosci Michael Flately?” così mi hanno apostrofata, in una seduta libera di chiacchiere selvagge, una coppia di amici carissimi. E io lì a boccheggiare “Ehmm… veramente no”. Lo confesso, che l’ignoranza di cui sono amorosamente avvolta sia così evidente a volte mi imbarazza, ma si trattava di amici e non di un test di cultura generale, quindi candidamente ammisi di ignorare bellamente chi fosse ‘sto Flately.
Allora loro, sorridendo soddisfatti, mi fecero sedere di primo mattino davanti alla televisione e azionarono il DVD…  “Feet of Flames” in Route of the Kings, Hyde Park, London.
Io guardavo lo schermo. Loro guardavano me. Io, ipnotizzata. Loro, divertiti dal colpo letale appena sferratomi.
“Ma dove ho vissuto fino ad ora???!!!” mi domandai sconvolta “Come ho fatto a ignorare l’esistenza di una cosa così???!!!”.
“Tranquilla, qui in Italia è quasi totalmente sconosciuto, anche noi lo abbiamo scoperto per caso… ma è famoso in tutto il mondo, veramente ovunque”, gli amici veri al momento opportuno ti sanno confortare, per fortuna.
Ammetto che certi gradi di non-conoscenza (suona meglio così), parlando in generale, mi affascinano. Quella che poi coinvolge un’intera nazione suscita in me puro stupore. Nel mio piccolo, la mia non-conoscenza, riesce sempre a darmi grandi soddisfazioni. Per evitare tracolli di autostima preferisco prenderla così: uno stimolo a saperne di più.
Fatto sta che ormai lo conoscevo Mr. Michael Flately e non potevo fare finta di niente.
Il suo vento, vento Irlandese, mi aveva tolto il respiro.
Si tratta di battering portato ad un livello superlativo. La danza irlandese (quella di Riverdance tanto per intenderci Riverdance sito ufficiale) che, grazie al sogno di Mr. Flately, si è sposata felicemente con il Tip Tap generando quello che è lo spettacolo di Step Dancing più incredibile che io abbia mai visto. Più di cento ballerini a calpestare all’unisono l’enorme palcoscenico ideato da Jonathan Park e Flately,  sullo sfondo le possenti scenografie di Adams- Crawford-Gilbert, musiche celtiche irlandesi di Ronan Hardiman, due violiniste strepitose (Cora Smyths e Mairaed Nesbitt), una Dea che canta in velluto ed eleganza (Anne Buckley, www.annebuckley.com ), un vero coro Druido, la favola di “Lord of the Dance” (il bene e il male che si affrontano in una lotta all’ultimo Step), e lui, ballerino-coreografo-regista detentore del titolo di RecordMan assoluto di battering nel Guinness World Record (35 percussioni diverse in un solo secondo), musicista (suona l’Irish Flute, “Whispering Wind” cd che risale al 1998), ex-pugile professionista, ex-muratore…
Michael (Michael Flatley sito ufficiale)  irlandese-americano cresciuto a Chicago, che ad un certo punto della sua vita ha deciso di credere che “Tutto è possibile”.
E senza un sogno come puoi realizzare una cosa così.
Senza credere nella tua passione come potresti dar vita ad una magia del genere?
Quel vento era forte, evidentemente troppo forte per non volerlo cavalcare.
Non starò qui a raccontarvi la trama di “Lord of the Dance”, ci starebbe tutta in tre righe e rischierei di togliervi la sorpresa. Non vi dirò di quello che possono fare oltre cento ballerini che con i loro piedi ritmano la melodia di un paio di violini impazziti, che tu a guardare tutti quei “ta-tatta-ta-ttta” ti chiedi “Ma smetteranno mai? E come possono andare sempre più veloci? Come? E smetteranno mai? Potrebbero continuare all’infinito… smetteranno mai?”
E non stacchi gli occhi da quei piedi. Quando le riprese ti costringono a perdere le mosse sono le tue orecchie che non si staccano, neppure da uno di quei  dannatissimi “ta” o “tttattata”.
E non vi dirò di quella Dea che entra in scena, come se scivolasse, e con la voce, con quella voce, ti solleva in un cielo azzurro di nuvole d’Irlanda, e la devi guardare perché anche lì a guardare altrove ti sembra sacrilegio.
Perché rovinarvi l’attimo di sbigottimento che ho provato io? Solo perché non potrò osservare i vostri visi mentre vi stanno travolgendo? Sarebbe meschino da parte mia, non me la sento.
Però vi dirò una cosa: sarà mica facile per voi staccare il cervello, quello che vi ripeterà “maquantokitchètuttoquesto???”, e farvi prendere dal vento se non vi arrendete da subito. Qui entra in gioco la vostra curiosità di Pollicino, la pazienza di raccogliere le briciole, e il vostro talento nell’annusare il vento. Quanti di voi ce la faranno?
So che io parto avvantaggiata, il mio senso del kitch prende vie decisamente originali, ringraziando il cielo, e vi assicuro che la maggior parte dei miei amici mi guarda con terrore ogni volta che la butto lì “Che ne dite se vi faccio vedere uno spettacolo di Step Dancing?”… un “No” più o meno secco è assicurato, ma uno sguardo poi lo danno, tanto per vedere dove si va a finire. E lo sbigottimento è sempre lo stesso. E il vento lo sentono, altroché se lo sentono, magari non si fanno portare troppo in alto, perché ognuno sente il proprio e non tutti i venti sono uguali, però sempre di quello si tratta.
Sono due anni che ogni tanto mi prende una botta di nostalgia per quel vento… e nelle serate in cui mi va di fermarmi un po’ tra i colori e i suoni d’Irlanda, tra quelle leggende e quei sapori, allora recupero i DVD di Mr. Flately (li ho recuperati con fatica, qui in Italia non esistono) e mi ci butto dentro.
Che decidiate di conoscere Michael Flately o meno, seguite il mio consiglio… annusate il vento.
 

Follow your dreams, you wouldn’t want it so bad if you couldn’t have it…
The Universe gave you those dreams because you can have them…
Nothing is impossibile…
(Michael Flately)

 

“Feet of Flames” in Hyde Park, London: http://www.youtube.com/watch?v=HBPgbGk8T7U

Danza irlandese:  http://www.danzadance.com/irlandese.html

 

postato da: PuZZlingTour alle ore 18:30 | link | commenti
categorie: music, vento, dance
sabato, 11 agosto 2007

MEGAPLASTIUM live

 
Vederli suonare live era una cosa che mi ero riproposta dopo che “Miss Liberty” aveva girato in loop per trenta volte nel mio cd-player e quindi tra le mie orecchie. Un lavoro notevole. Dovevo verificare che quanto promesso in studio di registrazione fosse degnamente mantenuto su di uno stage. L’occasione è capitata il 21 luglio 2007 al Festival Rock di Peschiera del Garda, in cartellone quella sera c’erano C-Side (band di Civitavecchia), Megaplastium e l.s.p. (band indigena). Senza giocare troppo sulla suspence dichiaro subito che ne valeva la pena, le promesse di cui parlavo sono state pienamente mantenute. La scaletta ha visto quasi per intero i pezzi contenuti nel loro ultimo cd, “Miss Liberty” appunto, concedendo spazio a cinque grandi covers e ad un pezzo ripescato dal loro repertorio di qualche anno fa.
Per farvi un’idea più precisa di chi siano i Megaplastium e di quale sia la loro scelta artistica fatevi un giro sul loro sito www.megaplastium.com ci potete trovare notizie, la loro storia, i pezzi di "Rock’n’roll Party" (in mp3 scaricabili), lavoro precedente a "Miss Liberty" (che potete richiedere direttamente con un clik), foto e curiosità. Come entrerete nel sito vi accorgerete di un particolare di non poco conto, i ragazzi sono decisamente truccati, chiaramente ispirati, non solo a livello musicale, ma anche per quanto riguarda il look, ai grandi Kiss. Entrano in scena quindi il Fantasy Cowboy (Angelo Puntarello, lead vocal & guitar), il Soldato Nordista (Patrick Tellaroli, solo guitar), il Faraone ( Andrea Montemagno, bass) e il Boia (Emilio Puntarello, drums) e sullo stage vi posso assicurare che lo spettacolo prende forma. L’atmosfera si addensa e si entra in a real rock’n’roll mood sulle note di “Miss Liberty” il pezzo d’apertura che dà il titolo al cd. Sound che non ha nulla da invidiare ai colleghi d’oltreoceano e testi in italiano, sottolineo la coraggiosa scelta, qui da noi è piuttosto difficile rendersi credibili scendendo a compromessi con la lingua madre. I Megaplastium sono riusciti a varcare il confine, non solo, sono riusciti a coinvolgere l’audience grazie alla cura dell’esecuzione, alla loro preparazione tecnica e ad un paio di trovate divertenti e spettacolari.
 
Dicevo impatto deciso con “Miss Liberty” dedicata a New York e al disastro delle Twin Towers, partenza graffiante a cui è seguita “La Convertibile” che con il suo groove ha contribuito a tenere alta l’energia, quindi è stata la volta di “Indian Chief” dal testo irresistibile,  “Poster Americano” e il suo senso di libertà, dal riff accattivante, ha dato la possibilità ai Megaplastium di dimostrare di che pasta sono fatti, ottima intesa e talento indiscutibili.
Poi è arrivato il momento della celebrazione dei miti del rock, dalla inossidabile “The Jack” (Patrick in perfetto stile Angus chiappe all’aria) a  “Night Prowler” (AC/DC), quindi dagli australiani si è slittato sugli irrinunciabili Kiss, scelta particolare dei brani iniziando da “Love Gun”, per poi passare alla ben più conosciuta (dai profani intendo) “I was made for lovin’ you”, e concludere con “Firehouse”.
Nuova partenza ripescando dal passato dei Megaplastium con “Ritorno al Medioevo” e poi ancora al presente con “Outlaws” a metà tra una dichiarazione di indipendenza e una fuga verso orizzonti di strade polverose attraverso il deserto americano, con fuochi pirotecnici e chitarra flambé che hanno traghettato il pubblico verso il gran finale ovvero “Come una Rockstar”, inno all’ultima groupie della terra intenzionata a dichiarare guerra, assolo di chitarra spettacolare con cui i ragazzi hanno passato il testimone agli l.s.p..
Non serve ripeterlo, se ne avete occasione andate a scovare i Megaplastium live e fatevi un giro nel loro immaginario americano, “Miss Liberty” merita un ascolto attento, ricambierà con una buona dose di energico e sano rock and roll.
postato da: PuZZlingTour alle ore 22:17 | link | commenti
categorie: music
domenica, 08 luglio 2007

Viaggio nel Vento

Durante un viaggio in terra d’Africa sono stata colpita dal vento. O almeno, dalla sua potenza, dalla sua forza, dalla preziosità della sua essenza. Ed è il vento e tutto ciò che esso racchiude e trattiene in sé, ad avermi spinto verso un libro che mi sta accompagnando da qualche tempo: Heaven’s Breath di Lyall Watson (Sperling & Kupfer Editori).
Chiedersi il perché di una ricerca rischia di sminuirne l’importanza, a mio avviso. Ogni ricerca, di qualsiasi natura essa sia, nasce da un sano istinto alla crescita. Basta, affinché essa possa elargire liberamente i suoi doni, seguire il vento. E tutti noi abbiamo dentro il vento che in qualche modo mantiene l’ecosistema della nostra anima in salute. Basta ascoltarlo, a volte ti chiede di comprenderlo, altre basta solo dargli retta accordandogli la fiducia che in fin dei conti gli dobbiamo. Tra le pagine di questo “libro del vento” ho trovato molto più di quello speravo nel momento in cui decisi di intraprendere il viaggio, avvicinandomi, a passi felpati, al vento in quanto principio di vita, e a me stessa, in quanto essere vivente appartenente a Gaia.
(Mi riferisco alla Terra, così come Asimov ha saputo raccontarla attraverso Il Ciclo delle Fondazioni, partendo probabilmente dalle geniali intuizioni di James Lovelock*).
 
Fin dalla prima pagina mi è stato chiaro che l’incontro avrebbe lasciato la sua traccia indelebile sul mio cammino:
 
… il vento è ben lungi dall’essere vacuo. È invece la più viva delle metafore.
Una parte di questo vigore si rivela nel linguaggio. In arabo il vento è ruh, ma la stessa parola significa anche “respiro” e “spirito”. Mentre in ebraico ruach ne amplia la sfera d’influenza e include concetti di creazione e divinità. E il greco pneuma, o il latino animus hanno la fragranza non soltanto dell’aria, ma della vera sostanza dell’anima.
 
Quanto il nostro vento sia anima o sia aria, quanto sia respiro e quanto sia spirito forse non è importante definirlo ora. Quanto dobbiamo il nostro muoverci in spazi spesso poco ospitali e spesso scomodi, violenti, crudeli, soffocanti, ciechi e sordi, neppure. Quello che conta è quanto il nostro vento riesce a farsi sentire. O meglio, quanto noi permettiamo al nostro vento di farsi sentire.
 
Senza il vento gran parte della Terra sarebbe inabitabile.
 
Innegabile. Senza il vento gran parte del nostro “essere umani” ed “essere viventi” sarebbe vano. Il nostro corpo diverrebbe inabitabile. Senza il conforto dei sensi guidati dal nostro ruh.
Con che presunzione pensiamo di poter soffocare il nostro vento? Come possiamo fingere di non sentirne il soffio? Come possiamo ignorare il suo sibilo quando ci perfora il corpo violentemente, fino a costringerlo a fermarsi e se non bastasse fino a ridurlo contenitore inutile, parvenza spettrale senza alcuna densità. Eppure lo facciamo. Continuamente, più volte al giorno, a volte per settimane intere, a volte per mesi e poi per anni. A volte un’intera vita spesa a farlo tacere, maledetto vento che con spietata ostinazione ci spinge e ci forza e ci ordina: vivi sveglio nel tuo corpo! Vivi pieno nel tuo spirito, nella tua anima, nel tuo respiro! Vivi di me!
 
Esistono mondi senza vento.
 
Esistono uomini che se lo negano. Esistono uomini che hanno fatto di sé stessi terra senza vento, trasformandosi in pianeti dalle tante lune immersi in un gelo perenne. Quanto ghiaccio ci vuole per fare un’anima? Quanti respiri sono il giusto baratto per enormi iceberg alla deriva?
Ascolto la voce del mio vento che ripete “mai abbastanza mai abbastanza mai abbastanza”, la cantilena un po’ mi consola.
Consola negli esiti mai comodi e mai facilmente gestibili della mia ricerca.
 
Vivendo come noi viviamo, sul fondo di un oceano d’aria, accade facilmente di non guardare in su.
 
Con il naso puntato al cielo è pericoloso vivere. Rischi di non far attenzione all’orizzonte e tutto ciò che devi attraversare per poterlo raggiungere quell’orizzonte dove nasce e muore ogni giorno il sole . E a dirla tutta, quando il tuo naso viene solleticato dall’oceano d’aria che ti sovrasta e ti chiama ci vuole forza, ci vuole coraggio, per declinare l’invito e continuare a calciare la polvere, lasciando agli uccelli il privilegio di solcare quelle onde divine. Umilmente si abbassa il naso e si riposiziona lo sguardo, ma con l’esperienza e con la conquista dei diversi brevetti d’immersione si impara a farci caso e a tenere bene i tempi. A quanti metri sul fondo dell’oceano ti trovi? Quanti minuti ti ci vogliono per raggiungere la superficie e a pelo d’acqua tirare un nuovo respiro? Con il tempo, se sai come fare, ti sarà sempre più facile ricordare che basta poco e il tuo naso puntato al cielo diventa un appuntamento a cui non puoi rinunciare. L’apnea ha tempi mai abbastanza lunghi per permettersi il lusso della distrazione.
 
Quando i venti avevano un fine visibile e muovevano le navi e i mulini o servivano a vagliare il grano, erano tenuti in grande considerazione. La gente elevava loro preghiere o li evocava con sibili e, se pareva conveniente, persino ne comprava uno da qualche vecchia megera che vendesse a buon prezzo i migliori.
 
Ardua ricerca di vecchie megere che a buon prezzo siano disposte a cedere i venti migliori. Mi fa sorridere il pensiero di prezzare il soffio divino, quanto mi fa rabbrividire il pensiero che chi fa tacere il suo vento è pronto a tutto pur di depredare il suo prossimo tirando sul prezzo, quando non arriva al delitto, pur di togliere ciò che l’ego ghiacciato invidia delle terre verdi e lussureggianti. Nel mercato dei venti la moneta perde il suo peso specifico e sospetto che le vecchie megere di un tempo fossero a conoscenza del segreto. Probabilmente oggi le loro eredi si occupano di televendite mentre le preghiere del genere umano vengono seminate in aridi campi innaffiati da stantii dogmi di egoiche religioni agonizzanti.
 
L’aria è di norma invisibile.
Così lo sono pure gli “invisibili venti” che la muovono “con violenza agitata tutt’intorno al mondo sospeso”.
Però lasciano impronte.
 
Guardo alla mia vita mentre godo del mio presente. Il mio vento invisibile ha disseminato la mia strada di impronte, a volte solo molliche di pane, altre volte meravigliosi mandala dai colori accecanti destinati ad essere sollevati e sparsi per poi ricomporsi solo un po’ più in là. Porto sulla pelle le altre impronte. Tatuaggi di inchiostro nero, inchiostro che con il tempo perderà d’intensità, ma che rimangono prova tangibile di quel vento che con violenza agitata muove il mio mondo sospeso.
(Fine prima parte)
* James Lovelock, uno degli ultimi grandi filosofi naturalisti indipendenti, è stato anche il primo a quantificare una vecchia credenza nell’esistenza e realtà della Madre Terra. Ha suggerito che questa gigantesca creatura venga chiamata Gaia, dal nome della greca dea della Terra.
Gaia è un’entità che, similmente a tutte le altre associazioni simbiotiche in biologia, possiede proprietà collettive, che sono di gran lunga maggiori della somma di tutte le parti. E una di queste è la capacità di escogitare una copertura atmosferica, dinamica e unica nel suo genere, che mantiene intatto il sistema. L’aria, la nostra aura, adempie alla stessa funzione della pelliccia addosso alla volpe o al guscio di una chiocciola, ma è più sensitiva e reagisce meglio.
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categorie: vento
mercoledì, 04 luglio 2007

Il Labirinto del Fauno

Guillermo Del Toro ha diretto questo film, Vincitore di 3 British Academy Film Awards.  A metà tra un film fantasy e un reale spaccato di storia spagnola. Storia crudele in ogni sfaccettatura, in ogni fotogramma. Nulla della favola è "favola stile Disney", ma recupera la violenza tipica dei Fratelli Grimm, ovviamente filtrata dall'anima ispanica. E non è un dettaglio, anzi, credo sia un sentimento determinante ai fini del messaggio che suppongo volesse far arrivare. Dico "suppongo" perché ovviamente è soltanto il mio sentire alla fine della visione, che mi ha accartocciato l'animo, lo ammetto. La piccola Ofelia in balìa di una vita che non lascia spazio ai suoi bisogni di bambina che può e sa volare con l'anima come una farfalla, come una fata. La Regina delle Fate che si è persa nel mondo terreno da parecchie vite e che ora cercherà di ritornare a casa. Una volta arrivata al Labirinto del Fauno sceglierà di credere alle sue fantasie e sceglierà di seguirle attraverso prove pericolose. Bambina-Regina-Farfalla che delicata e coraggiosa e vulnerabile e irresistibilmente viva cercherà di ovviare alla violenza degli adulti che stanno devastando il suo mondo. Credere, credere fortemente che ci può essere un modo, un altro modo di vivere e di guardare alla vita anche quando il mondo non fa che darti torto. Credere in modo da mettere a repentaglio la tua stessa vita terrena per poter spiccare quel volo e guadagnarsi un'altra esistenza in un nuovo mondo pronto ad accoglierci amorevolmente. La piccola Ofelia ci crede. Per questo ti spezza il cuore e ti lascia la morte nel sangue, morte che dolce la fa scivolare dentro la sua fantasia. E sono rimasta con lei fino alla fine e quello che mi è rimasto è semplice, non solo, è crudele, non solo, è tremendamente reale: credere a volte è la salvezza, anche se non in questo mondo. Stanotte ho deciso che continuo a credere, a dispetto del mondo e di quel che sarà. Grazie Ofelia.

postato da: PuZZlingTour alle ore 21:18 | link | commenti
categorie: movies